il parco

Ovunque vi sia uno tsunami evolutivo, se ha la possibilità di guarire ha lasciato dietro sé un'ombra.
Si vive allora con quest'ombra che, in misura maggiore o minore, ci segue lungo la strada verso la vita adulta.
Il prezzo da pagare è immenso.
“L'ombra dello tsunami”. Philip M. Bromberg

















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Il Parco - recensioni:
Mary Zarbo – Literaid
“Un buon tema è come un sole, un astro intorno al quale gravita un sistema planetario del quale molte volte non si ha notizia finché lo scrittore di racconti, astronomo di parole, non ce ne rivela l'esistenza”. Julio Cortàzar. Renato Schembri, per questi racconti, ha scelto più astri: l'imprevisto, l'a-normalità, le relazioni umane in varie sfaccettature. I personaggi sono persone all'apparenza normali, quali ogni città può avere e riconoscere tra i suoi abitanti; accade loro, però, in questi racconti, un fatto improvviso, scardinatore di certezze, che fa emergere lati oscuri insospettati e rende consapevoli della discrasia tra l'essere e l'apparire.
On. Angelo Capodicasa - Deputato Nazionale.
Nella raccolta di racconti 'Il Parco' di Renato Schembri la sofferenza individuale è correlata e legata a doppio filo con i drammi e le sofferenze sociali.

Leggendo alcune storie possiamo osservare il mondo in cui viviamo attraverso gli occhi di creature fragili, vulnerabili; sono persone descritte in un contesto sociale difficile, che reclama giustizia, riparazione e ricostruzione.
Franco Manno – Psicoterapeuta, Psichiatra
La psicoterapia non può essere efficace se la comprensione intellettiva non è accompagnata da una comprensione affettiva, emotiva ed empatica del dolore del paziente.
In questo senso, Renato Schembri fa conoscere la sofferenza psicologica da una prospettiva utile per chi svolge un lavoro clinico sui processi psichici di dissociazione: la fa comprendere “dall'interno”, da una prospettiva intrapersonale, con la descrizione del tormento che le anime dei pazienti vivono, sentono, soffrono nel rapporto con il loro mondo, qualche volta sopravvivendo, qualche altra volta soccombendo con esiti catastrofici.
Cristiana Ciampa Tzomo – Monaca Buddhista
Una testimonianza di partecipazione per le forme di dolore altrui, lontana per grazia naturale dal sensazionalismo e dalla morbosità che spesso inondano i servizi “realistici” dei media.
Beatrice Monroy – Scrittrice, autrice (RadioRai)
Renato Schembri si aggira negli spazi delle sue narrazioni con una scrittura precisa, di grande perfezione stilistica, attenta alla parola.
Le storie imboccano sempre interessanti trame che si sviluppano tra un mondo immaginario, legato spesso alla malattia mentale, e una realtà solidificata.
Una scrittura forte, carica di senso, da non leggere prima di spegnere la luce della notte.
Una nota del Dott. ALfonso Gueli (scrittore)
“Il Parco”è un libro di racconti. Almeno, così è definito: sia dall’autore sia dal risvolto di copertina.
In realtà, secondo me, siamo di fronte a un romanzo: e i vari racconti potrebbero considerarsi capitoli di un romanzo.
C’è, nel libro, una figura centrale eppure defilata, il dottor Mambri, Riccardo Mambri, psichiatra, presente direttamente o indirettamente in tutte le vicende.
E ci sono tanti personaggi che ruotano attorno a lui e alla sua“creatura”, quel Parco che dà il titolo al libro. Come un gioco a incastro, spesso le loro storie, si sfiorano, s’incrociano o addirittura si sovrappongono.
Nel primo racconto, Luis, un ragazzo che il medico incontra casualmente in aeroporto e che più tardi, davanti ai suoi occhi, tenta il suicidio.
Il dottor Mambri riesce a impedirglielo e un anno dopo se lo ritrova di fronte come paziente, ospite del suo Parco.
Luis è anche il protagonista dell’ultimo racconto, il più articolato e il più intenso, quello che in un certo senso chiarisce qualche punto oscuro.
Tra i tanti altri personaggi, c’è Enza, nata e cresciuta in manicomio (i suoi genitori erano schizofrenici), e affetta a sua volta da gravi problemi psichici: una ragazza dolce e precocemente invecchiata che della vita ha conosciuto soltanto gli aspetti peggiori.
Tra le pagine del Parco, s’incontrano anche il sanguigno padre del dottor Mambri e la sorella, Sonia,una donna che a quarant’anni si accorge che nella sua vita non ha mai saputo scegliere (non ne ha avuto né la forza né il coraggio), subendo sempre le decisioni degli altri… L’incontro con Reiko,una ragazza giapponese che il fratello medico le ha fato conoscere, farà cambiare di colpo la sua vita.
E mi fermo qui: il libro va letto, non raccontato.
Aggiungo però che ogni personaggio parla in prima persona e il tempo adoperato è quasi sempre il presente. D’altronde, trattandosi di esseri umani con un passato nebuloso e un futuro pressoché inesistente, è una scelta azzeccata, forse l’unica possibile.

Il Parco non è un angolo di Paradiso; è il luogo che accoglie chi ha bisogno di aiuto quando la mente smette di essere un meraviglioso congegno, motore di pensieri, azioni, parole e sentimenti… ma diviene crocevia di impulsi contrastanti, incontrollabili.
Un luogo dove il paesaggio gradevole, la professionalità di chi vi opera, l’apparente serenità… si contrappongono al dolore e alla infinita solitudine di chi vi si aggira.
Non ci troviamo certo nell’inferno dei manicomi di un tempo… ma quando, come in un flash accecante, affiora la consapevolezza di sé, di come si era e di come si è diventati – la disperazione dell’anima prevale sui disturbi della mente.
E le ferite dell’anima, assai più delle malattie della mente (che in qualche modo possono curarsi) non si rimarginano. E comunque non si possono guarire con i farmaci.

Qualche considerazione sul libro…

I protagonisti dei racconti non sono descritti a tutto tondo; anzi, sono soltanto, e volutamente,abbozzati.
L’autore si limita a seguirli nei movimenti, nei dialoghi(che spesso sono monologhi che non aspettano risposta) e nei deliri.
Riusciamo a intuire il loro dramma attraverso le parole che dicono e ripetono ossessivamente, attraverso il riso o il singhiozzo, la dolcezza e il furore, stati d’animo che si sovrappongono e convivono.

La lingua di cui si serve l’autore è quasi sempre semplice e piana, alla portata di tutti, ma di tanto in tanto troviamo accensioni improvvise che coinvolgono e inchiodano il lettore sulla pagina.

Ammetto che in un primo momento l’uso del dialetto(con il quale si esprimono alcuni personaggi) mi ha lasciato perplesso. Forse perché siamo ormai troppo condizionati dal non siciliano di Andrea Camilleri e dalla sua particolare maniera di scrivere…

un lessico in parte frutto di ricordi lontani e in parte inventato…insomma, efficace e divertente ma non del tutto calato nella realtà di oggi.

Dopo avere riletto i racconti di Renato,la perplessità iniziale è svanita: gli sfoghi, le paure, le rabbie di persone umili e immerse in un disagio esistenziale insostenibile…se espressi in lingua italiana, sarebbero suonate “poco credibili”e comunque non avrebbero avuto l’incisività e l’impatto emotivo che invece riscontriamo nelle pagine di Schembri.

L’autore dimentica volutamente d’essere uno psicoterapeuta e si mette al servizio dei personaggi, che vede vivere… e lascia vivere senza far pesare la propria autorità di medico e di narratore.

E allora i personaggi,pagina dopo pagina, diventano persone,e acquistano uno spessore che li rende indimenticabili.
Ci sembra di vederli da vicino, di ascoltarli… come se ci trovassimo di fronte alle scene di un film…

Ma“Il Parco”non è un film, e nemmeno la sceneggiatura di un film.
E’un romanzo, è letteratura…e la letteratura è vita,azione e contraddizione, ambiguità e dubbio, esplosione e ripiegamento.
Che lo vogliamo o no, è la proiezione della vita… nel caso del Parco…una vita vista dal di dentro. Con tutto il chiaroscuro che la circonda, i misteri e le miserie che la riempiono.

La letteratura, oltre a donarci il sogno della bellezza,tende ponti tra persone diverse e ci unisce al di là delle lingue, degli usi e dei costumi, delle religioni...

Quando la grande balena bianca (MobyDick) affonda in mare il capitano Achab, il cuore dei lettori freme tanto a Tokyo quanto a Parigi o a Roma.
Quando Emma Bovary beve l’arsenico, quando Anna Karenina su butta sotto il treno… lo sconvolgimento è simile tanto per il lettore che adora Buddha quanto per quelli che credono in Allah…

Secondo Milan Kundera,“nel mondo che gli è proprio, secondo la logica che gli è propria, il romanzo ha scoperto, uno dopo l’altro, i diversi aspetti dell’esistenza:

con i contemporanei di Cervantes si chiede che cosa sia l’avventura;
con Balzac, scopre come l’uomo sia radicato nella Storia;
con Flaubert, esplora la terra fino ad allora incognita del quotidiano;
con Tolstoj, studia l’intervento dell’irrazionale nelle decisioni e nei comportamenti umani.

E non dimentichiamo che il romanzo conosce l’inconscio prima di Freud, la lotta di classe prima di Marx.
Forse,da sempre, inventiamo storie – e leggiamo storie – per poter vivere in qualche modo le molte vite che vorremmo avere mentre in realtà ne abbiamo a disposizione una sola.

Oggi più che mai.
Oggi il progresso, soprattutto quello scientifico, ha spinto l’uomo nei tunnel delle discipline specializzate.
Anche in medicina accade questo: il medico si sofferma sempre di più sulla “malattia da curare”, sull’organo di sua competenza… trascurando troppo spesso la persona nella sua interezza.
Più aumenta il suo sapere, più l’uomo perde di vista sia l’insieme del mondo sia se stesso, affondando così in quello che Heidegger definisce “l’oblio dell’essere”.
La letteratura è preziosa e insostituibile proprio perché si contrappone a questo oblio.

Se ci riflettiamo, tutto è già stato detto, pensato e scritto da secoli (basti pensare ai classici latini, ai lirici greci, alle tragedie di Euripide, alle opere di Shakespeare…),ma non per questo la letteratura ha perduto il suo fascino e la sua forza.
E meno che mai la sua attualità.
E’ vero, si nasce e si muore allo stesso modo; i sentimenti non cambiano; le lettere dell’alfabeto, le note musicali e i colori sono sempre quelli… però in ogni epoca e in ogni parte del mondo l’uomo ha saputo creare capolavori che sono sopravvissuti al tempo. Perché la storia di ogni essere umano è unica e irripetibile.
“Il Parco” ne è l’ennesima dimostrazione: più vite viste dal di dentro,uno scavo che porta alla luce (oltre all’insondabile aggrovigliarsi dei reticoli della mente), la profonda umanità dell’autore.

Muovendosi nella realtà che lo circonda, rielaborando le proprie emozioni e restituendoci quelle dei personaggi che popolano il suo mondo, Renato Schembri ha scritto un libro che in poche pagine (appena un centinaio, ma avrebbero potuto essere molte di più), ci pone di fronte a un mondo che si dibatte incessantemente tra vaghe speranze e crude realtà quotidiane.

E’un sussurro che ha la forza di un grido.

E’un mondo che ci affascina e ci fa paura: vorremmo sapere di più,capire di più e al tempo stesso chiudere gli occhi, tapparci le orecchie… girarci dall’altra parte, dimenticare…
E fuggire: via, via dal dolore e dalla follia… via da quella misteriosa parte di noi stessi che inaspettatamente potrebbe… non succederà, ma potrebbe, affiorare e travolgerci, renderci “altri”, estranei alle persone che amiamo e chi ci amano, estranei a noi stessi.

Forse proprio per questa istintiva paura dell’altrove che è in noi…a qualcuno il libro potrà non piacere.
Sarebbe un peccato.
Come sostiene un mio amico scrittore di Teramo, Roberto Michilli– “non è tanto importante quello che si legge in un libro… ma quello che ciascuno diventa dopo avere letto il libro”.

E’ rimasta – in qualcuno – una piccola traccia? Se sì, l’autore ha centrato quello che dovrebbe essere l’obiettivo più esaltante: incontrare ’altro.

Ecco: incontrarsi e percorrere insieme un pezzetto di strada o di vita. Autore elettore accomunati da una storia o da una emozione, almeno per un certo numero di pagine.

Autore e lettore, insieme.

Non si scrive per sopravvivere al silenzio.
Non si legge per dimenticare se stessi.
La scrittura e la lettura non sono fuga dalla realtà, o rifugio contro la solitudine, ma apertura al mondo, scoperta di sé e degli altri, consapevolezza.
E quindi – soprattutto oggi, in un periodo in cui l’omologazione di cui parlava Pasolini oltre 40 anni ci aggredisce da ogni parte… la lettura è libertà di pensiero.
Alberto Moravia sosteneva che l’arte (e quindi la letteratura) riscatta l’uomo dalle sue miserie.

E riferendosi alla funzione degli scrittori, Albert Camus scrive tra l’altro:
“La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo”.

Con questo libro, senza mai salire in cattedra, quasi sommessamente, Renato Schembri lo ha fatto: parla e scrive in nome di coloro che non ne hanno la possibilità. E quasi certamente non l’avranno mai.
Una gradita critica di Nuccio Mula
L'unico terriccio che può nutrire e gratificare gli esseri viventi è quello della Compassione, “Legge delle Leggi, Armonia Eterna, Essenza Universale sconfinata, Luce della Giustizia perenne, congruenza di tutte le cose, la legge dell’Amore Eterno” (H. P. Blavatsky, "La voce del silenzio"). Ed è di questo sublime compatire / "cum-patire", di questo "sentire insieme" proiettato nell'abbraccio del comprendere / "cum-prehendere" che ci fa sovvenire l'esempio del Buddha ed ogni altro archetipo abilitato, infine, a condividere / "cum-dividere" ogni cielo fisico ed interiore divenuto dimora comune di qualsivoglia illuminante "cum-templum", che s'intride e si sostanzia l'incedere letterario e umanissimo del presente, prezioso volume che, nel segno di una "humanitas" additata agli umani e, ancor di più, ai disumani, va a coinvolgere / "cum-involgere" chi scrive e chi legge in un gratificante aureolare di affabulazioni cesellate da perimetrazioni e dimensionamenti d'una semplicità sempre "difficile a farsi" (Brecht) ma anche al solo ipotizzarla o descriverla. "Chapeau", Renato. Spero che Tu voglia onorarmi affidandomi la prefazione del Tuo prossimo libro, senz'altro egualmente attestato (nel sicuro reiterarsi del considerare / "cum-siderare" intorno a comunanze di stelle fisse e vagolanti su quei cieli) ai pari livelli e spessori di "Reiko" e de "Il Parco".

Un forte, sincero abbraccio, e la massima stima personale e professionale.

Il Tuo amico Nuccio Mula, Componente dell'Associazione Internazionale Critici Letterari in seno all'Unesco, Parigi.